Eliud Kipchoge record maratona

I primati, lo sappiamo tutti, sono fatti per essere battuti e i record maratona non fanno eccezione, però ce ne sono alcuni che, più di tanti altri, sono simboli e leggendari. Nel mondo dell’atletica è innegabile come il fascino dei 100 metri ne facciano una delle gare regine dell’intero settore sportivo, ma è altrettanto vero come pure l’esatto opposto, ovvero la maratona rappresenta l’essenza degli atleti, soprattutto alle Olimpiadi riveste un ruolo ancora più fondamentale. In Italia la storia della maratona di Roma è di certo tra le più affascinanti del mondo ma avara in fatto di primati.

I record maratona a livello mondiale vengono riconosciuti tramite un apposito procedimento che viene ufficializzato da parte della World Athletics, solamente dal 2004.

Come viene omologato un record maratona mondiale?

Per fare in modo che un record possa essere omologato, ecco che il percorso deve seguire alcune linee guida che vengono previste da parte della medesima World Athletics. Prima di tutto la lunghezza, che deve essere perfettamente pari a 42,195 chilometri, con un dislivello che non va oltre lo 0,1%.

Sia la misurazione che l’omologazione del percorso sono due operazioni che risultano essere di competenza di un gruppo di misuratori ufficiali. Questi ultimi, quindi, curano la misura rispetto i principi imposti dalla Federazione Internazionale, sfruttando il CBM, ovvero Calibrated Bicycle Method. Nel caso in cui dovesse stabilire un record mondiale, ma anche continentale oppure nazionale, ecco che tale misura è oggetto di ripetizione a conferma della distanza corsa, che non deve mai essere inferiore rispetto a quella prevista in via ufficiale.

La progressione 

Il primo tempo ufficiale fu il 2:55’18”, raggiunto da parte di Johnny Hayes, nel corso della maratona organizzata durante le Olimpiadi di Londra. Esattamente un anno dopo, il primato cambiò per ben cinque volte, fino a quando Thure Johansson lo ritoccò a 2:40’34”. Quattro anni per vedere un altro svedese scendere quasi sotto il muro delle 2 ore e 36 minuti. Nel 1914 arriva il primo crono ufficiale con primato italiano da parte di Umberto Blasi con 2:38’00.

Correva l’anno 1925, a Port Chester, quando un atleta a stelle e strisce, Albert Michelsen, riuscì nell’impresa di scendere sotto la soglia delle due ore e mezza per la prima volta nella storia di questa disciplina. Un momento storico, così come quello che scrisse il formidabile Jim Peters, inglese che riuscì a scollinare sotto il muro delle 2 ore e 20 minuti. Alla fine degli anni Cinquanta si correva già sulle 2 ore e 15 minuti, ma è l’australiano Derek Clayton a sembrare inarrivabile, con due tempi da record del mondo nel 1967 e nel 1969. Negli anni Ottanta il record passa di mano per cinque volte, con l’etiope Belayneh Dinsamo che stampa un super tempo a 2:06’50”. Un record che resisterà per qualcosa come dieci anni: fu il brasiliano Ronaldo da Costa, alla Maratona di Berlino, a sbatterlo, per soli 45 secondi. Sotto il muro delle 2 ore e 5 minuti, però, si è scesi solo nel 2003, con il keniano Paul Tergat. La stella etiope Haile Gebrselassie ritocca il primato mondiale altre due volte, fino al pazzesco 2:03’59”, sempre alla maratona di Berlino. Ed è proprio dalla corsa podistica organizzata nella capitale tedesca che arrivano tutti i successivi record del mondo. È il Kenya a riprendersi lo scettro, con il pazzesco crono di 2:01’39” firmato da Eliud Kipchoge nel 2018.

Lo stesso Eliud Kipchoge, in realtà, è riuscito a correre a Vienna, lo scorso anno, per la prima volta nella storia di questo sport, la maratona in meno di 2 ore, fermando i cronometri nello specifico a 1 ora, 59 minuti e 40 secondi. Il problema è che non si trattava di una gara e, di conseguenza, tale tempo non può essere oggetto di omologazione, potendo peraltro contare su una formazione di lepri e un gruppo studiato a tavolino per eliminare ogni filo di corrente.